I bambini sono grandi: imparare a superare le paure

Tante volte pensiamo che quello che diciamo non venga percepito dai nostri bambini ed invece non è affatto vero!
I bambini sono spugne, incamerano tutto quello che sentono e vedono e lo elaborano dentro di loro manifestandolo quando meno ce lo aspettiamo!

Eccoti un articolo che spiega molto bene come tutto quello che diciamo ai nostri bambini venga “assorbito”, elaborato e manifestato.

Anche semplicemente raccontare una favola può diventare un modo potente e intelligente per insegnare qualcosa ai nostri bimbi.
Ecco il Link ad UN ESEMPIO DI FIABA PER SUPERARE LE PAURE

I bambini hanno spesso paura e ci sono fasi di crescita nelle quali LA PAURA è una costante e anche se sembrano crescere, la subiscono.
A volte basta poco per aiutarli: sicuramente stare loro vicini è importante ma è ancora più importante dare loro un modo, una chiave, per superare DA SOLI la paura.

Una sera, con il mio nipotino, ho fatto così: leggete la favola al link riportato sotto e scoprirete quanto GRANDI sono i bambini e quanto SANNO IMPARARE A cavarsela da soli!

Riferimento LINK DELLA FIABA DEL SORRISO per combattere la paura


, può essere un modo intelligente per insegnare qualcosa di bello ai nostri bimbi.

Il Natale di Luigino, un’altra fiaba scritta da Alba

Eccovi un’altra fiaba di Alba, giusto in tema natalizio.

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IL NATALE DI LUIGINO
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Era Natale, ed anche in quella casa di operai si respirava un’aria festosa.
Era bastato alla mamma attaccare delle figure ritagliate dalla carta stagnola ai vetri delle finestre e mettere arance profumate e noci nella ciotola al centro del tavolo, per far sentire a Luigino e Chiara che il Natale era alle porte.
Il Presepe era sempre quello: figurine di terracotta un po’ scolorite che ricordavano tempi migliori. Ma i due bimbi si applicavano ogni anno a creare scenari diversi per festeggiare la nascita di Gesù.
Quell’anno era stato un po’ difficile per la piccola famiglia: cassa integrazione, pagamenti, sacrifici, scadenze, erano parole che avevano sentito spesso nei discorsi tra i genitori, ma che loro non comprendevano.
Quello di cui si rendevano conto era che la mamma spesso aveva gli occhi lucidi, ma forse era quella antipatica allergia che la faceva lacrimare.
E proprio la mamma aveva detto, con una voce triste triste, che quell’anno Gesù non avrebbe portato loro nessun regalo.
Luigino era rimasto molto colpito da quella dichiarazione, non si rendeva conto di come potesse succedere che Gesù, a cui tutte le sere mandava un saluto e un bacio, si dimenticasse di lui e di quello che desiderava con tutto il cuore: una bici rossa, come quella che era esposta nel negozio di fronte alla casa.
Ma Luigino era anche un bambino assennato, rifletté che sicuramente Gesù aveva i suoi motivi e si sarebbe rifatto l’anno successivo.
Ma quest’anno? Come sarebbe stato triste il Presepe senza i doni che lo circondavano, e come sarebbe rimasta delusa la sorellina che era più piccola di lui e non avrebbe capito la mancanza dei regali.
Allora Luigino ebbe un’idea. Prese carta e colori e cominciò a disegnare tutto quello che avrebbe voluto che ricevessero in dono la mamma, il papà e la piccola Chiara.
Ci mise tutto il cuore a fare quei disegni ed alla fine sotto il Presepe si potevano ammirare: un giaccone di pelle foderato di lana per il papà, con un berretto ed un paio di guanti; per la mamma una poltrona comoda per quando era stanca ed un vestito rosso che lei guardava sempre quando passava davanti alla vetrina; per la piccola Chiara si era sbizzarrito: bambole con vestitini, pupazzi di peluche, libri di fiabe da leggere insieme, e dolci in grande quantità.
. La vigilia di Natale, uscendo per fare una commissione alla mamma, passò a fare gli auguri ad una anziana vicina di casa che considerava come una nonna. La signora nel salutarlo gli regalò 10 euro. Pensate 10 euro solo per lui!
Luigino non stava nella pelle dalla felicità. Non aveva mai avuto una cifra così a disposizione, e cominciò a pensare cosa poteva farne.
C’era veramente l’imbarazzo della scelta! Erano così tante le cose che desiderava. Specialmente da quando i suoi genitori erano stati più attenti a quanto spendevano.
Sicuramente dei giornalini, e dei dolci, e quella macchinina che aveva anche il suo compagno di banco, oppure, perchè no?, iniziare a metterli da parte per acquistare la bici tanto desiderata……
Intanto aveva cominciato a nevicare e le persone in strada camminavano più in fretta per arrivare a casa in tempo per il cenone. L’aria si era fatta più fredda ed anche Luigino si affrettò verso casa.
Mentre fantasticava ancora su cosa fare dei 10 euro, passò davanti ad una donna che chiedeva l’elemosina, quasi inginocchiata in un piccolo anfratto del muro di un negozio; aveva uno scialle azzurro in testa per proteggersi dal freddo, ed in braccio un bimbo biondo che dormiva.
Luigino si fermò, e senza nessuna esitazione mise i 10 euro nella mano della donna. Lei gli sorrise dolcemente e lo ringraziò con un cenno della testa.
Quando fu a casa e raccontò il fatto alla mamma, lei approvò quello che aveva fatto e lo strinse forte.
La notte di Natale, mentre tutti dormivano, nel Presepe la statuina della Madonna, con lo scialle azzurro in testa ed il Bambino biondo in braccio si illuminò, e come per magia tutti i disegni che aveva fatto Luigino presero forma e divennero reali. E, anche se non era stata disegnata, in un angolo c’era una fiammante bicicletta rossa!

Alba Barbarotto, è una signora molto impegnata socialmente che ha vari interessi e vive a Rignano Flaminio, in provincia di Roma.

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Questa favola ha vinto il
Premio Bancarella-Fiabe 2005
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Un’altra storia scritta da voi: ARANCIOTTA

Un’altra storia inviataci da Alba Barbarotto, la nostra amica che ha scritto la favola di SEMOLINO pubblicata alcuni giorni fa.

“SEMOLINO”

Ha anche vinto il Premio speciale “Bancarella Fiabe”
Per la migliore fiaba 2002 – secondo il parere dei lettori

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“ARANCIOTTA”
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In un grande supermercato di una grandissima città spesso venivano fatte campagne promozionali su alcuni prodotti in vendita.
Penso che questo lo abbiate visto anche nel supermercato che frequentate con la vostra mamma.
Una di queste promozioni era rivolta ad un tipo di aranciata molto buona, che veniva prodotta da una piccola, onesta ditta che proprio per l’onestà dei suoi sistemi di fabbricazione e di vendita non riusciva a sfondare nel mondo del commercio e, anche se lavorava da diversi anni, risultava una marca totalmente sconosciuta.

Alla fine della vendita speciale restò solo una piccola lattina di aranciata che mano a mano che venivano scaricati altri prodotti, si trovava sempre più in fondo nello scaffale, dove neppure la polvere veniva tolta troppo di frequente.
La lattina era molto dispiaciuta di questo e cercava in tutti i modi di farsi notare per essere acquistata ed uscire da quella prigione, ma non era facile.

Provò a fare amicizia con le lattine che presero posto accanto a lei, ma erano così belle, così colorate ed accattivanti che quasi si vergognava di parlare con loro, ed infatti, quando riusciva a superare la sua timidezza e tirava fuori un : “Ciao! Io sono Aranciotta, sono qui da tanto tempo e mi fa molto piacere avere compagnia!”, si sentiva rispondere quasi sempre in tono di superiorità: “Stai lontana da me!, non vedi come sei brutta con quel vestito di solo colore arancio, senza nulla che ti valorizzi!, sei così triste che se mi stai accanto non acquisteranno neppure me! Vattene in fondo allo scaffale, è quello il tuo posto, nessuno ti vuole comperare!”.

Ed Aranciotta, con il suo vestitino colore arancio, vedeva giorno dopo giorno le altre lattine, adornate di pupazzi alla moda e dipinte con i colori più sfavillanti ed attraenti, andare via dallo scaffale, acquistate da bambini che vi si fermavano davanti e non andavano via finché le loro mamme non cedevano ed acquistavano una di loro. Alcuni addirittura avevano pianto e battuto i piedi in terra finché non erano riusciti ad avere in mano una di quelle deliziose lattine colorate.
Aranciotta qualche volta cercò di mettersi in mostra nella prima fila, sperando che qualche bimbo la scegliesse e la portasse via con sé, invece … veniva sempre spinta nel fondo.

Un giorno però si fermò davanti allo scaffale un bimbo con dei bellissimi occhi un po’ tristi per essere quelli di un bambino. Lui guardava con desiderio le lattine in bella mostra che sembrava dicessero: “Compraci!, vedi come siamo belle?, abbiamo dei colori particolari, ed hai visto che bei pupazzi sono raffigurati sulla mia pancia? Dai, convinci la tua mamma a comperare una di noi, sarai felice!”.
La mamma sapeva che il suo bambino desiderava avere una di quelle bevande, ma non aveva abbastanza denaro per comperargliela.
Stava cercando di trovare le parole per far capire ad un bimbo così piccolo che il denaro doveva servire ad acquistare le cose necessarie alla famiglia e che con il costo di una aranciata avrebbero potuto comperare un litro di latte, quando il suo sguardo si posò su quella lattina color arancio così diversa dalle altre. Vide che il prezzo stampigliato sopra era davvero molto basso, ed allora la prese e la mise nel carrello insieme alle altre cose.
Tra il bimbo e la lattina non si sapeva chi era il più felice: Aranciotta che finalmente usciva dal supermercato perché qualcuno aveva deciso di acquistarla, ed il bimbo a cui non sembrava vero che la mamma avesse comperato per lui, solo per lui, quella delizia.

Uscendo dal supermercato, attraverso un buchino della busta della spesa, però Aranciotta ebbe un colpo al cuore! Per terra, tra le immondizie ed i rifiuti maleodoranti, c’erano innumerevoli lattine vuote: i colori non più sgargianti, i disegni dei personaggi, che nello scaffale sembravano tanti eroi, ora erano graffiati, schiacciati e soli, mentre il camion dei rifiuti li radunava per distruggerli.

Aranciotta sentì tanta pietà per loro, li aveva visti accanto a lei, così superbi, ambiziosi, senza nessuna premonizione dell’infelice avvenire che li stava attendendo fuori del supermercato. E lei, che aveva avuto tanta invidia quando li vedeva andar via!
Chi mai avrebbe pensato che i bambini che avevano tanto insistito per averli, li avrebbero subito abbandonati, senza alcun rimorso!
Soltanto in un secondo momento Aranciotta rifletté che ora anche lei era fuori dal riparo dello scaffale, e se le altre lattine, costose e belle avevano fatto una così brutta fine, chissà quale destino era riservato a lei!

Invece … dopo che il bimbo bevve il contenuto della lattina, pregò il papà di farne un portapenne che tenne sempre accanto a sé, vicino alla finestra, dove tutti i giorni un raggio di sole augurava il buon giorno ad un bimbo e ad una lattina di colore arancio.

Conosciamo meglio Alba Barbarotto
Abbiamo chiesto ad Alba di parlarci di lei e abbiamo scopeto un sacco di “cose belle” su di lei e sulla sua vita interessante.
I suoi interessi sono diversi: Alba fa parte di un Coro di persone “diversamente giovani”, si occupa degli eventi di una Associazione che raggruppa parte dei proprietari del centro residenziale dove abita, e…. dulcis in fundo …. è addirittura candidata (lista di opposizione all’attuale sindaco) alle prossime elezioni di maggio del paese dove vive!
Beh, con tutti questi ruoli, non ci sorprende che sappia anche scrivere!
😉

Favole scritte da voi: SEMOLINO

Alba, una nostra seguace di Roma, ha letto la favola di alcuni giorni fa su
“Mino, gatto chiacchierone”
e ci ha contattato mandandoci una fiaba, scritta da lei, che parla di un altro micino alquanto particolare che si chiama Semolino, un gatto “diverso”.
L’abbiamo letta e ci è piaciuta così tanto che abbiamo deciso di pubblicargliela.
Siete curiosi di leggerla?

Eccola qui:

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SEMOLINO

In un vecchio casale immerso nel verde della campagna, abitava da tanti anni una gatta grigia dai grandi occhi gialli.
Era una randagia che aveva eletto a propria dimora quell’antica casa, formata da grossi blocchi di pietra, con enormi buie cantine, ideali per cacciare ed un’aia soleggiata dove sonnecchiare durante le giornate di sole.
Nel grande cortile razzolavano oche e galline e nella stalla mucche e vitelli ruminavano soddisfatti il buon fieno che il padrone forniva loro.
In un angolo di questo cortile, dove venivano ammassati attrezzi e materiale di cui al momento non si aveva bisogno, ed al riparo da occhi indiscreti, la gatta dagli occhi gialli aveva messo al mondo sette micini dai colori più diversi, ma tutti con grandi occhi gialli come i suoi.
Soltanto uno, Semolino, era molto diverso dai suoi fratelli: aveva un manto candido e degli occhi di un verde intenso.
Semolino era proprio un bel cucciolo, ma si sentiva triste ed era molto solo, e malgrado appartenesse ad una numerosa nidiata sempre in vena di giocare, aveva spesso voglia di piangere.
Tutto era cominciato quando la sua Mamma aveva smesso di elargire a lui ed ai suoi fratelli quel buon latte tiepido che tanto gli piaceva.
Infatti un giorno, un triste giorno!, dopo averli radunati intorno a lei, aveva fatto loro uno strano discorso:
“Miei cari figlioli – disse Mamma Gatta – ormai siete abbastanza cresciuti, per cui il mio solo latte non vi basta più. E poi appartenete alla nobile stirpe dei Felini, per tradizione bravi cacciatori e dovrete imparare a procurarvi il cibo da soli. Io vi insegnerò come”.
E così fu.
Aveva cominciato a portare nella loro cuccia piccoli roditori, uccellini e lucertole, dando loro lezioni pratiche di caccia.
All’inizio, trasportato anche dall’entusiasmo dei suoi fratelli, aveva cercato di mettere in opera gli insegnamenti, ma senza alcun risultato! Non riusciva a tendere agguati a quei poveri, piccoli esseri che, invece, gli facevano tanta pena!
Immaginava come si dovessero sentire impauriti, mentre cercavano di fuggire dai loro artigli, e questo lo faceva star male.
Oltre tutto aveva scoperto che l’alimento che più gradiva era il formaggio.
Per fortuna la sua agilità gli permetteva di saltare facilmente sulla finestra della cucina e quasi sempre riusciva a prendere qualche buon pezzo di cacio. Quando non era fortunato rovistava nella pattumiera che c’era sull’aia e si accontentava di qualche crosta avanzata dal pranzo dei padroni.
Semolino si rendeva conto di non essere come i fratelli, ne soffriva e cercava in tutti i modi di nascondere questa sua diversità.
Ma si sa come sono i cuccioli, curiosi ed impiccioni, non si lasciano sfuggire le debolezze altrui.
Così Semolino divenne lo zimbello della famiglia “Sorcio! Sorcio!” gli gridavano dietro “Mangia il formaggio come i topi!”. Si rifiutavano di parlare con lui e lo umiliavano in tutti i modi.
Semolino allora pensò di fare amicizia con i topi a cui si sentiva più vicino che ai suoi fratelli, ma quando si avvicinò sorridendo e porgendo la zampa ad un topolino di passaggio “Ciao! Io sono Semolino…”, questi, non sapendo le buone intenzioni del gatto, fuggì gridando: “Aiuto!, aiuto!, mi mangia! …”.
E questo succedeva ogni volta che tentava di avvicinare un topolino. Semolino si trovò alla fine solo, scacciato dai gatti e temuto dai topi.
Questa era la vita del povero micio quando un giorno, alla ricerca come il solito di un pezzo di formaggio, ne percepì il piacevole odore che veniva da un angolo buio dell’ampia cucina, dietro una vecchia madia.
Ma dallo stesso angolo sentì provenire anche un pianto accorato “Aiuto, aiuto! Per pietà qualcuno mi aiuti! Da solo non ce la farò mai! Aiuto!”.
Avvicinatosi vide che il formaggio che emanava un così piacevole odore era quello che faceva da esca in una trappola in cui era incappato un piccolo topolino bianco.
Semolino si avvicinò ancora un po’ e cominciò a studiare il modo di salvare il povero animale che non la smetteva di piangere “Aiutatemi per carità, qualcuno mi ascolti!”.
Il gatto, pensando di tranquillizzarlo gli si rivolse con dolcezza “Eccomi! Ti ho sentito! Non avere paura, ti libererò”.
Il topolino a quelle parole, ancora più impaurito dalla presenza del gatto, riprese a gridare più forte di prima. Ma poi, quando si accorse che non voleva mangiarlo, ma addirittura aiutarlo, si tranquillizzò.
Mentre Semolino lavorava per aprire la trappola, si ritrovò a raccontare al piccolo prigioniero la sua “diversità” e di quanto dolore gli provocasse.
“Sai, voglio molto bene ai miei fratelli e so che anche loro me ne vogliono, e non posso biasimarli se mi prendono in giro, anche se dovrebbero capire che non è colpa mia se non sono come loro. Forse anch’io farei così se fossi dalla parte dei più”, disse Semolino, “E mi siete simpatici anche voi topolini, a cui non riuscirei mai a fare del male!”.
E mentre il topolino lo guardava con aria perplessa, confessò: “E poi sono un po’ invidioso di voi topi che potete mangiare il formaggio senza che qualcuno ci trovi da ridire!”.
Era la prima volta che parlava del suo problema apertamente con qualcuno e fu tanto convincente che quando la trappola si schiuse il topolino, riconoscente, gli propose di andare a vivere nella colonia di topi che abitava nella cantina della casa. Non ci sarebbero state difficoltà perché il suo papà era il Topo Anziano che da anni guidava saggiamente e con grande larghezza di venute la grande famiglia dei roditori della casa ed avrebbe senz’altro accettato lo strano ospite.
Semolino accettò con piacere, anche perché il piccolo gli assicurò che c’era formaggio in abbondanza!
E per contraccambiare l’ospitalità, avrebbe dato loro lezioni sul modo di cacciare dei gatti, così sarebbe stato più facile sfuggirgli.
Così fu.
Semolino si ambientò perfettamente nella famiglia dei topi e attraverso i racconti che egli faceva la sera davanti al fuoco prima di andare a dormire, i roditori conobbero usi e costumi dei felini, da cui trassero qualche insegnamento.
Capirono che anche i gatti a loro volta avevano dei nemici a cui sfuggire e che anche tra loro c’erano i buoni e i cattivi e che se cacciavano i topi non lo facevano per malvagità.
Anche nella famiglia di Semolino le cose cambiarono: vedere il loro congiunto così felice fra tanti topolini che lo trattavano come un fratello, li fece un po’ riflettere sulla storia che i gatti e i topi fossero nemici giurati.

Quindi adesso, se passate da quelle parti, non meravigliatevi di vedere un gatto bianco con gli occhi verdi che si comporta come un topo, dei topi che assomigliano a gatti ed una famigliola di mici colorati che ha imparato a mangiare il formaggio!
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Questa fiaba è stata scritta da Alba Barbarotto, una signora “tuttofare” che vive a Rignano Flaminio, in provincia di Roma.
E’ una appassionata seguace di 800fiabe e ora, abbiamo scoperto che sa anche scrivere favole.
Speriamo ce ne mandi ancora! Che ne dite?!

FAVOLA: “Mino, gatto chiacchierone”

Vi racconto la storia di Mino, un gatto rosso, senza coda, che ha impararo l’amore, con l’amore.
E’ un gattino fortunato e lo siete anche voi che leggete la sua storia.

Ognuno di noi ha il diritto di essere amato e di lasciarsi amare.
Mino, ce lo dimostra!

Leggete la sua storia e, se volete, lasciateci un commento.
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Mino, gatto chiacchierone

C’era una volta un gattino chiacchierone che non smetteva mai di parlare.
Era un bellissimo gatto rosso, con la coda meravigliosamente lunga che portava in alto con orgoglio quando camminava.
Lui chiacchierava sempre e rispondeva alle persone, anche se delle persone non si fidava molto, visto che gli umani lo avevano sempre trattato male cacciandolo in malo modo.
Le mani, specialmente le mani delle persone, erano la cosa che lo spaventava di più perché gli ricordavano i maltrattamenti che aveva subito da quando era piccino.
Un giorno, dopo tanto girovagare, arrivò in una casa bellissima con tanti terrazzi e un giardino dove vivevano ben due gatti: una gattina meravigliosa e bellissima e un altro micio molto alto e longilineo.
Lui vedeva da lontano quanto amore ci fosse in quella casa e, sorpreso dalle cure che la padroncina donava a quei due micetti fortunati, una sera, decise di salire su quel terrazzo.
Ad un certo punto, la padroncina bionda arrivò, ed il micio rosso si mise in un angolo a guardarla.
Fu lei a rivolgersi a lui senza sapere che lui la potesse capire! Lei però parlava sempre agli animali perché aveva un grande feeling con loro.
Fu così, che tra loro iniziò un lungo discorso:
“Ciao micio!” disse lei.
Miaoo”, rispose lui.
“Cosa fai qui? Ti sei perso?” gli chiese lei.
“Miao, miao, miao”, rispose lui.
E continuarono a parlare per un bel po’, tanto che lei, sorpresa da questo chiacchierare, si mise pure a filmare con il telefonino, questo colloquio speciale.
Ad un certo punto, si rivolse a lui e gli chiese: “Hai fame?”.
Lui, spaventato, allontanandosi, rispose: “Miaoooooooooooo!”.
Allora, la padroncina bionda entrò in casa e tornò con un po’ di latte e dei croccantini.

Fu uno spasso per quel gattino! Appena lei si allontanò, lui si avvicinò alla ciotola per mangiare.
Lei rimase a guardarlo da lontano senza cercare di toccarlo. Aveva capito che lui aveva paura, ma non le era mai capitato un gatto così chiacchierone: era speciale in questa sua capacità di rispondere!

Così la storia tra loro continuò: il giorno dopo, il successivo e l’altro ancora, il gattino ritornò in quella casa dove la trovava ad aspettarlo con una ciotola di cibo pronta. Mmm, sempre cose molto buone da mangiare!
Lei gli aveva dato un nome, lo chiamava “Micio Amico” e a lui piaceva essere chiamato con un nome, lo faceva sentire importante!
Fu così che poco a poco, il punto di ritrovo tra loro diventò la finestra della cucina di quella grande casa, nel terrazzo dove c’era un tavolo nel quale lei ripose una cesta con soffici coperte per farlo dormire comodo. D’inverno, quando era più freddo, lei addirittura gli faceva trovare nella cesta una mini borsa dell’acqua calda, ogni sera.
…Era come se quella fosse casa sua, quella.
Micio Amico arrivava ogni giorno: di notte dormiva nella cesta e alla mattina trovava la pappa. Poi se ne andava per i fatti suoi e faceva ritorno la sera ad ora di cena.
Era un gatto libero, randagio e selvatico che amava lottare con gli altri, difendersi con aggressività da tutti, perché ne aveva passate tante.

Ma la padroncina bionda non aveva paura: era dolce con lui, lo aspettava, lo chiamava e cercava in ogni modo di rassicurarlo.
Micio Amico temeva le mani, anche quelle delle padroncina che non riusciva ad accarezzarlo.
Così lei, escogitò un modo bizzarro per accarezzarlo: gli porgeva il viso e lo accarezzava strofinando la faccia su di lui e lui apprezzava tanto questo gesto nuovo. E non era finita qui! Lo pettinava tutti i giorni mentre lui mangiava e lui si faceva fare perché aveva capito che lei gli voleva bene e non gli avrebbe mai fatto del male.
Passarono 3 anni, 3 anni d’amore e di cure nelle quali, poco a poco, lui si fece accarezzare e avvicinare da lei.
Un brutto giorno, lui finì sotto una macchina. Successe lontano da casa e passarono ben 5 giorni prima che lui riuscisse a raggiungere la finestra della cucina, per andare dalla sua padroncina bionda a farsi aiutare.
Alla fine, con fatica e sofferenza, trascinandosi, riuscì a scavalcare il terrazzo e arrivarci.
Quando lei lo vide, dopo 5 giorni di assenza, fu molto felice anche se capì immediatamente che stava molto male. La padroncina bionda chiamò Felicia, il dottore dei suoi gatti che le disse di portarlo in ambulatorio.
La padroncina bionda era spaventata. Come avrebbe fatto a prenderlo e metterlo nel trasportino, lui che era così aggressivo e spaventato? Insomma, lei che non aveva paura, riuscì a calmarlo e lo mise nel trasportino per portarlo dalla Veterinaria Felicia.
Alla fine della visita, risultò che aveva il bacino rotto e che gli sarebbe servito ben UN MESE di riposo in un ambiente chiuso. Lei non si scoraggiò e decise di provarci: lo portò a casa e lo mise in stireria, una stanza chiusa dagli altri mici dove lui rimase tutto il periodo della convalescenza.

Purtroppo però, la sua bellissima e meravigliosa coda che lui mostrava con orgoglio, era stata schiacciata.
L’auto ci era passata sopra e dunque, alla fine, la Dottoressa Felicia confermò che avrebbero dovuto tagliarla. Per i gatti, tagliare la coda è un’operazione molto dolorosa perché nella coda dei gatti, passano tutte le terminazioni nervose.

La coda di Micio Amico, gli fu tagliata.
Durante l’operazione, la padroncina decise di farlo sterilizzare per garantirgli una vita migliore e facendogli le analisi risultò anche che lui si era ammalato.
Nonostante questo, la padroncina bionda decise, insieme a suo marito, di accogliere per sempre Micio Amico nella loro grande casa con giardino, insieme agli altri due fratellini: Galana ed Ernesto.
Fu il marito della padroncina a trovare un nome per lui. Da allora, si chiamò Mino e sia lei che lui, impararono ad amarlo.
Mino, in quella grande casa, imparò la fiducia, l’amore e le coccole.
Diventò il gatto più coccolone del mondo. Non aspettava altro! Il mattino, lei lo faceva salire e si scambiavano un sacco di super coccole prima della pappa. Poi, un altro momento magico era la sera quando lei o lui erano a casa.
Lei lo chiamava con la parolina magica: “Mino, coccole divano!?!” …e lui arrivava subito! Saliva sul divano col suo passo trotterellante, e da lì partiva tutta una serie di super coccole coccolose, piene di amore e gratitudine incondizionata.

Ad un certo punto, nella grande casa, arrivò un nuovo gatto molto simile a Mino. Era arancione come lui ma aveva la coda. Arrivò con una zampetta ferita e la padroncina bionda, non ce la fece proprio a mandarlo via. Lo curò e da allora, quell’altro gatto rosso divenne il Nr.4.
Lo chiamarono Francesco, come il nuovo Papa appena arrivato.
Francesco era l’amico di Mino, giocavano tantissimo tra loro e azzuffandosi, un sacco di ciuffetti di pelo, giravano per la casa!

Fu un’estata calda, troppo calda, caldissima.
Quella notte, Mino riuscì miracolosamente a rimanere a dormire con la padroncina e il padroncino. Non succedeva mai ma in fondo, sembrava un destino.
Elargì coccole a più non posso come se sapesse che quella era una notte speciale, l’ultima insieme.
Mino, decise di partire per un lungo viaggio. Aveva bisogno di trovare un luogo dove ci fosse tanto fresco, il profumo del trifoglio e una vasca da bagno. Aveva vissuto bene con loro, aveva imparato ad avere fiducia degli uomini e amore delle carezze. Era loro grato per tutto questo, ma sapeva che era giusto così.
Salutò con una grande coccola coccolosa i suoi due padroncini, spiegando loro che era tempo di andare.

Ora Mino corre nei prati del cielo insieme a tutti gli altri amici che hanno vissuto nella grande casa.
Tutti loro, da lassù, vegliano sulla padroncina bionda e sul padroncino.
Mino vive vicino ad un grande pino su di una collina e la padroncina lo può vedere dalla sua camera.
Col ricordo e la pace nel cuore, Mino, la padroncina bionda e il padroncino, vivono insieme sereni e contenti.

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Scarica la favola in PDF: Mino, gatto chiacchierone

Disegno di Nina: Il Gufo pensatore

Ricordate la favola di qualche giorno fa che si intitolava “Il laghetto delle cornacchie”?

Nina, la nipotina di Nonno Franco, ha fatto un meraviglioso disegno per noi.

Nel disegno di Nina il Gufo Strabicotto ad occhi chiusi, ma lui non sta dormendo: pensa al Laghetto delle Rane prima di dare il suo parere.

Leggi la favola qui!

 

 

Continuano le storie di Picchio Piripicchio: Il laghetto delle cornacchie

Nonno Franco prosegue la sua ricerca alla storia più bella di Picchio Piripicchio che abbiamo conosciuto qualche giorno fa e “sforna” favole per la sua Nina:

Picchio Piripicchio vive sull’’albero più bello del bosco.

Nell’’albero c’era una bella fessura che Picchio Piripicchio ha allargata con i  colpi del suo becco per farvi stare dentro il nido.

Dall’’albero si  vede tutto il bosco e anche i prati e i campi vicini.

Picchio Piripicchio quel giorno vede passare la Mucca dalle Corna d’’Oro e Meo Porcello in compagnia della tartaruga Uga, che vanno verso il laghetto delle ranocchie.

Con un’abile volo, li raggiunge e chiede subito : “”Dove state andando di bello?””

““Andiamo a fare il bagno al laghetto”” rispondono in coro i tre amici
““Uga ha voglia di farlo da tanto. Vuoi venire anche tu?””

““A fare il bagno, no, ma con voi, sì! …Anzi, se la Mucca mi presta una delle sue corna mi ci appoggio sopra e resto all’asciutto in mezzo al laghetto con voi.””

E i quattro camminano di nuovo insieme verso l’’acqua.

Arrivati al laghetto, la tartaruga Uga vi entra tutta e si mette a nuotare con eleganza.

Meo Porcello invece si butta nell’’acqua facendo tanti spuzzi e tanti schizzi; poi rimane a mollo come se fosse un ippopotamo.

La Mucca dalle Corna d’’Oro si bagna solamente le lunghe zampe e la punta della coda e sta molto attenta che Picchio Piripicchio non venga schizzato e  spruzzato da Meo Porcello.

Ma le ranocchie a vedere quell’’invasione rimangono prima incredule e silenziose, poi si arrabbiano e cominciano a lamentarsi con un coro incredibile di cra, cra, cra.

“”Questo è il nostro mondo, questa è la nostra casa!
Non potete venire a fare il bagno qui da noi quando vi pare!
Dovete essere invitati!
Andatevene subito altrimenti vi porteremo davanti al giudice Gufo che ci penserà lui a punirvi!””

Ma i quattro bagnanti non si fanno intimidire: finiscono di rinfrescarsi, escono dal laghetto e addirittura prendono l’’iniziativa di andare direttamente dal Gufo Strabicotto, per ottenere il permesso di  fare il bagno “quando vogliono”.

Il Gufo li accoglie assieme a un nutrito gruppo di ranocchie che li aveva seguiti e ascolta con pazienza tutti quanti.
Dopo averli ascoltai, chiude gli occhi e si mette  a pensare.

Tutti credono che si sia addormentato ma il Gufo “Giudice” Strabicotto riapre gli occhi e dice: “Nel laghetto ci possono andare sempre, senza chiedere nessun permesso, le rane e Uga la tartaruga, perché l’’acqua è dove loro vivono e sopravvivono. Gli altri ci possono andare di tanto in tanto, quando fa molto caldo, a rinfrescarsi un poco. Gli ospiti però, si devono comportare bene e non disturbare troppo perché il laghetto è la casa delle rane e della tartaruga!”
Ha capito signor Meo Porcello?” aggiunge con voce decisa.
“Si comporti meglio, in futuro!””

  

…la storia non è finita, soltanto che nel frattempo Mina si è addormentata.

Per continuare a conoscere la storia di Picchio Piripicchio, seguiteci e vivremo, insieme a lui, nuove avventure!

 

        Autore   
Il racconto è stato scritto da Franco, nonno di Nina.
Nonno Franco vive a Bologna: Il racconto narra la sua vita e il luogo descritto nella favola è la Villa degli Albergati presso Bologna.
Nonno Franco riassume la sua vita in questo modo:  una vita costruita per poter giocare a Baseball in modo professionale, ma non professionistico. Per questo motivo ha lavorato in Banca senza far carriera perché ha scelto di investire il suo tempo libero, e quello della sua famiglia, nello sport e nelle amicizie vere che ha incontrato.
 

Favola Nonno Franco: “Il gallo Tino, il gallo mattuTINO”

Ricordate le favole di Nonno Franco che vi abbiamo raccontato un po’ di tempo fa?

Ecco a voi una favola scritta proprio da lui, il Nonno di Nina!

Ecco qui la fiaba che ha le ha raccontato proprio ieri sera:

 

Il gallo Tino, il gallo mattuTINO, canta quando spunta il sole per avvertire tutti gli animali che un nuovo giorno è arrivato.

Il gallo Tino è  il bidello della scuola dei piccoli animali del bosco: il suo canto avverte che bisogna prepararsi ad andare da Nella, la galliNELLA sua compagna, che è anche la maestra di tutti loro.

Così, quel mattino, escono dai loro rifugi dove hanno passato la notte al sicuro, Vito  il VITellinO, il piccolo della Mucca dalle Corna d’’Oro, Lino il porcelLINO che saluta papà Meo, Ugo che si stacca dalla mamma tartarUGA,  mentre Picchio Piripicchio saluta il suo piccino scuotendo un’’ala.

Poi, arrivano anche  altri animali he sono tutti amici fra di loro ma, più amici di tutti, sono Agata la gatta e Nina la cagnina che si dividono persino la merenda, se una delle due la scorda a casa.
…e poi dicono che cane e gatto non vanno d’’accordo!

A scuola oggi, la maestra Nella, farà una lezione sulle formiche pastore.

““Le formiche pastore?!”, esclamano i piccoli molto stupiti.  “Ma esistono davvero?”!”

““Certo!”,” dice la maestra e aggiunge: “Le conoscete anche voi, anche se non vi siete mai accorti che fanno come i pastori.
Vi ricordate  quell’’arbusto basso in mezzo agli alberi vicino al laghetto? E’ sempre pieno di piccole bestioline bianche, molto più piccole delle formiche.

Ebbene quei piccoli insetti sono il gregge delle formiche- Le formiche li aiutano a trovare il cibo e, a sera, quando è l’’ora giusta, le grattano  con le loro zampette sotto la pancia, una ad una, e ottengono così una specie di latte molto buono da bere.
Proprio  come fanno gli uomini con le pecore.””

I piccoli del bosco improvvisamente ricordano quell’’arbusto pieno di piccoli insetti. E’ meraviglioso, ora sanno anche perché questi esserini stanno lì tutti assieme: sono le pecorelle delle formiche.
Adesso sono proprio contenti perchè hanno imparato qualcosa di nuovo!

 

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Il racconto è stato scritto da Franco, nonno di Nina.
Nonno Franco vive a Bologna: Il racconto narra la sua vita e il luogo descritto nella favola è la Villa degli Albergati presso Bologna.
Nonno Franco riassume la sua vita in questo modo:  una vita costruita per poter giocare a Baseball in modo professionale, ma non professionistico. Per questo motivo ha lavorato in Banca senza far carriera perché ha scelto di investire il suo tempo libero, e quello della sua famiglia, nello sport e nelle amicizie vere che ha incontrato.

 

Il racconto di POPPIZ

Racconto di Nonno Franco,
della sua vita trasformata in una bellissima favola per Nina, per voi:

La bella mammona, la mia bella mamma, a mezzogiorno cuoceva la pasta in un grande tegame appoggiato su un fornello a legna.
Questo tegame era appoggiato sul danzale della finestra al primo piano della villa, così che il fumo della legna e il vapore dell’’acqua che bolliva, potevano uscire fuori dalla cucina senza lasciare cattivi odori.

Questo era un momento davvero bello della giornata in questa villa circondata dal bosco dove abitavo.

Nel bosco, da qualche tempo,  nascosti dagli alberi frondosi, si erano fermati alcuni camion di soldati tedeschi che tentavano di ritornare alle loro case e alle loro famiglie lontane, in Germania.

Sotto agli alberi, quei soldati stavano ben nascosti  anche dagli occhi di Pippo, un piccolo aereo che volava di sera per controllare che tutti avessero spento le luci per la notte.

A guardia di ogni camion vi era sempre un soldato e, proprio  davanti alla finestra della mamma, ce n’’era uno tanto giovane, bello ed affamato che guardava sempre in su quando, con una grande forchetta, la mamma tirava fuori dall’’acqua gli spaghetti ben cotti.

La mamma sapeva che quel ragazzo/soldato desiderava tanto assaggiare i suoi spaghetti, ma il Comandante del gruppo che alloggiava al piano terra della villa, vicino all’’entrata, non voleva che i suoi uomini neppure parlassero con noi che non eravamo soldati: per questo, a guardia dell’’entrata, c’’era poi sempre anche Poppiz, il temuto cagnolo bastardo del Comandante che avrebbe dovuto spaventare un po’ tutti ma che, invece di nascosto, amava prendere le coccole anche da me!

La mamma aveva il cuore tenero e si commosse agli sguardi del ragazzo/soldato e  un giorno gli preparò, mettendola fra due piatti rovesciati, una bella porzione di spaghetti e poi, avvolgendo i piatti in un ampio tovagliolo annodato per le punte, mi disse:

“Franchino, porta questa pasta a quel ragazzo là, ma mi raccomando, non farti vedere dal Comandante che non vuole! Poi riporta indietro i piatti vuoti e il tovagliolo che mi servono. Vai!”

Non c’’era bisogno di altre spiegazioni e, preso per il nodo il tovagliolo, scesi le scale per uscire dalla villa ed andare nel bosco.

Ma Poppiz era sempre vigile ed attento e mi vide:  lui aveva sempre fame e, a sentire l’’odore degli spaghetti, afferrò coi denti il tovagliolo e si mise a tirarlo per strapparmelo dalle mani.

Anch’’io tiravo per non lasciare la preda al cagnolo e, tira lui che tiro anch’’io, facemmo un bel rumore.

Sulla porta apparve il Comandante molto serio e scuro in volto che ci guardò un attimo: io ebbi paura  che mi portasse via gli spaghetti e che mi punisse per aver disobbedito al suo ordine, ma con mio grande stupore gli sentii dire:

“Poppiz, com!” “Poppiz vieni qua”.
E Poppiz ubbidì.

Libero dalla presa del cane raggiunsi il camion del ragazzo/soldato che prese gli spaghetti e li mise in un piatto di metallo. Un piatto di metallo che non avevo mai visto prima: mi ridiede i miei piatti di coccio e il tovagliolo strappato dai denti di Poppiz.

Quando rientrai nella villa il Comandante era ancora sulla porta, non più con la faccia buia, ma con un piccolissimo sorrisetto sulle labbra e la sua mano accarezzava la testa di Poppiz.

Se sei buono e bravo, anche gli altri saranno buoni e bravi con te.

Hai capito Nina?

 

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Il racconto è stato scritto da Franco, nonno di Nina.
Nonno Franco vive a Bologna: Il racconto narra la sua vita e il luogo descritto nella favola è la Villa degli Albergati presso Bologna.
Nonno Franco riassume la sua vita in questo modo:  una vita costruita per poter giocare a Baseball in modo professionale, ma non professionistico. Per questo motivo ha lavorato in Banca senza far carriera perché ha scelto di investire il suo tempo libero, e quello della sua famiglia, nello sport e nelle amicizie vere che ha incontrato.

FAVOLA di Nonno Franco: Il bosco animato

C’era una volta una bellissima Villa in mezzo alla campagna.

Era una Villa così bella che sembrava un Castello delle Fate.

Tutto attorno alla Villa c’era un bosco pieno di alti alberi snelli e una stradina  attraversava il bosco e  sfiorava un piccolo laghetto  con una piccola isoletta in mezzo e un maestoso salice piangente, che  faceva arrivare i suoi rami fino a terra.  

Alla fine della stretta stradina, i padroni della villa avevano fatto costruire una piccola chiesetta: un luogo dove trovarsi a sera a raccontare quello che gli uomini, le donne e i bambini, avevano fatto per tutto il giorno.

Gli uomini avevano lavorato, le donne avevano preparato il pranzo e la cena e i bambini avevano giocato, sempre.

Nella Villa e nel bosco vivevano anche moltissimi animali: le mucche che mangiavano l’erba dei prati, i maiali, i gufi, i cani e i gatti, le ranocchie nel laghetto a fare il coro alla sera, le api a portare nettare nelle loro casette, gli uccelli a cantare sui rami.

E c’era anche un Picchio chiamato Piripicchio, che quando smetteva di fare buchi nei tronchi degli alberi, gli piaceva passeggiare nel bosco in compagnia dei suoi amici.

Anche quel giorno Picchio Piripicchio decise di fare una passeggiata verso il calare del sole.

“Cara Mucca dalle Corna D’Oro”, disse Piripicchio, “Vuoi venire con me fino alla chiesetta a fare una bella passeggiata?””

“Certo”,–rispose la Mucca, “ci vengo proprio volentieri; tanto ho già la pancia bella piena di tenera erbetta!””

E così i due amiconi cominciarono ad andare.

Ma fatti pochi passi, ecco che incontrano Meo Porcello, che ha appena finito di strofinarsi nell’erba alta, sotto lo sguardo dello Spaventapasseri  che chiede ai due passanti:

“Dove state andando voi due insieme?””
”Alla chiesetta a vedere la gente che accende le candeline e ringrazia il sole  e il cielo per la
bella giornata  di oggi”,”gli rispondono.
Posso venire con voi?””
Ma certo amico mio”, dicono in coro Picchio e la Mucca.
“Allora andiamo”. 

E camminano di buon passo chiacchierando  fra loro, salutando altri amici che incontrano come il Gufo Strabicotto o il Cerbiatto Occhidolci: “
“Ciao, Ciao, venite con noi alla chiesetta? Non potete? Sarà per un’altra volta. Ciao, Ciao”.

Clopen clopan, clopen clopan, gli amici arrivano vicino alla chiesina e si fermano a guardare gli uomini, le donne e i bambini che si ritrovano a sera, per un saluto, prima del ritorno a casa.

E la Mucca dalle Corna D’Oro, Picchio Piripicchio e Meo Porcello, guardano proprio una bella bambina dal nasino piccolino che sta fra la gente: è Nina.

Nina intanto che racconto, si è ormai addormentata.

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Il racconto è stato scritto da Franco, nonno di Nina.
Nonno Franco vive a Bologna: Il racconto narra la sua vita e il luogo descritto nella favola è la Villa degli Albergati presso Bologna.
Nonno Franco riassume la sua vita in questo modo:  una vita costruita per poter giocare a Baseball in modo professionale, ma non professionistico. Per questo motivo ha lavorato in Banca senza far carriera perché ha scelto di investire il suo tempo libero, e quello della sua famiglia, nello sport e nelle amicizie vere che ha incontrato.