Qual è la tua?

Qual è la parola a cui vuoi più bene?
Fiaba. La mia é “fiaba“.

 

Pic, Puc, Pac, Poc, Pec e il loro viaggio

Un giorno una serie di palloncini decisero di andare in cielo.

Era una giornata nuvolosa in cui il sole aveva deciso di rimanere in disparte dietro le nuvole e il vento soffiava forte facendolo da padrone.
Era la situazione ideale per partire, il vento li avrebbe portati in alto e non sarebbero stati attaccati dai raggi troppo caldi del sole.

 

Fu così che Pic, Puc, Pac, Poc, Pec, decisero di lasciare finalmente la terra per avventurarsi nel blu del cielo che li aveva sempre affascinati.
Si fecero legare uno all’altro e poi, staccandosi dal gancio che li teneva ancorati, su su salirono in alto.

Da lassù il mondo era diverso, tutto appariva molto più ordinato e le cose assumevano una dimensione più piccola fino a perdersi.
Mentre salivano, Pic, Puc, Pac, Poc, Pec lanciarono gridolini eccitati, Pic cantava, Puc saltellava, Pec si metteva a testa in giù… insomma era uno spasso.

Ad un certo punto però, il vento cessò e loro si trovarono in una dimensione fissa dove non salirono nè scendevano.
Erano lì nel mezzi di niente fermi impalati e un po’ si spaventarono.

“Che facciamo adesso”, disse Puc.
Pac, che era il più anziano, cercò di rassicurarli ma anche lui dentro di sè era spaventato.
Pic cominciò a piangere mentre Pec lo abbracciò.

Il sole che si trovava dietro una nuvola vicino, fu svegliato da tutto quel fracasso e sbirciò per capire da dove provenisse quel frastuono.
I palloncini si girarono verso di lui vedendo quella scia luminosa.

Il sole ebbe compassione di quel gruppo di sprovveduti palloncini e non volle far loro del male.
Così rimase in disparte e parlò loro da lontano: “Che ci fate qui palloncini?”.

Pac, quando si accorse che quello che parlava loro era il sole, fu preso da paura e si mise subito sulla difensiva.
Prese la parola e rispose: “Ti prego non farci del male! Volevamo vedere il cielo ma siamo rimasti intrappolati!”

Il sole sorrise e replicò: “Io non voglio farvi del male, non è mia intenzione. Il mio calore è fonte di vita, non di morte per cui non ci tengo ad avvicinarmi per farvi scoppiare. Piuttosto voi, non sapevate che il cielo non è quello che vedete dalla terra ma una dimensione che va raggiunta soltanto quando se ne ha l’autorizzazione? Voi ora siete condannati a rimanere qui in eterno. Dovevate essere più prudenti e informarvi prima!”

I palloncini si misero a piangere a tal punto che stavano per scoppiare e il sole ne ebbe compassione. Così disse loro; “Va bene! Per questa volta farò un’eccezione e vi aiuterò.”
Fu così che il sole chiamò il vento perchè venisse al suo cospetto e gli chiese di condurre in cielo i palloncini, il cielo vero, quello magico fatto di colori, prati e fiori.
Il vento arrivò e d’un tratto, senza accorgersene, i palloncini si trovarono liberi in un bellissimo giardino.
Era indescrivibile la bellezza di quel posto…

Ringraziarono il vento e gli chiesero di portare i loro saluti al sole.

Loro avevano sempre odiato il sole, ne avevano paura visto che il suo calore metteva in pericolo la loro vita.
Invece era stato proprio il sole ad aiutarli.

…a volte non ci rendiamo conto che ciò che ci spaventa non è cattivo.
Ogni raggio di sole che scotta, cela la sua luce che dà la vita.

 

 

 

 

L’albero con le radici in su

C’era una volta un grande albero, ma grande grande a tal punto che non si vedeva la fine della sua chioma da quanto alta fosse!

Questo albero aveva una malattia rara che si chiamava iperclorofillite che lo faceva crescere a dismisura ogni giorno di più.

L’aveva piantato un bambino un mese prima nel suo giardino e ora era cresciuto così tanto che i genitori stavano pensando di tagliarlo perché ormai era pericoloso vicino a casa.

Il bambino era triste e non rideva più passando le sue giornate ai piedi di questo immenso albero che temeva sradicassero.

L’albero si sentiva responsabile dell’infelicità del bambino e non sopportava di vederlo così.

Un giorno la grande piante chiese a Dio di trovare una soluzione. La sua mole non poteva ridursi e lui era destinato a crescere man mano che i giorni passavano. Spostarlo avrebbe significato perdere l’amicizia del suo amico… Era un problema difficile ma Dio ebbe un’illuminazione:
“Cosa ne pensi, gli disse, se ti capovolgessi? Se ponessimo le tue radici in alto così da rimanere fisse e la tua chioma in basso sul terreno che potrà crescere senza creare alcun danno, conficcandosi in profondità?”.

Fu così che nacque il Baobab e il bambino tornò a sorridere perché quel Baobab rimase vicino alla casa per sempre.

Continua la saga della capretta Carlotta: “Carlotta con la macchia in varechina”

Continua la storia della nostra capretta Carlotta con la macchia.

Si tratta della Seconda Puntata, la prima la trovate a questo link:
PRIMA PUNTATA “La capretta Carlotta con la macchia”

 

Carlotta continuava a piangere inconsolabile.
Allora Bacucco, che aveva un cuore grande grande, disse: “Basta Carlotta, smetti di piangere, mi è venuta un’altra idea”.

Catturata l’attenzione di Carlotta, Bacucco cominciò a spiegare la nuova
strategia: “Ho scoperto” disse, “che dentro la casa, la maglio del fattore non sa più come fare per smacchiare le camicie sporche, sporchissime. Ho saputo che c’é uno strano liquido che si chiama varechina, che seve per fare diventare tutto bianco. Lo useremo su di te”.
La notte, quando il silenzio era rotto solo dal russare dei maialini e delle mucche, Bacucco entrò furtivo nella casa e, senza fare alcun rumore, riuscì a portare via un bicchiere pieno di varechina.

Una volta nella stalla, versò il prezioso liquido sulla macchiotta di Carlotta e cominciò a strofinare forte.

Poco a poco, quasi per magia, la macchi scomparve.
Carlotta era felice. E il giorno dopo, quando le caprette l’aspettavano per cantarle la canzone, non vedendo più la macchia rimasero ammutolite.

Carlotta se ne andò via baldanzosa.
I giorni però passarono e il pelo di Carlotta ricominciò a crescere e, poco a poco, riapparve quella macchiona nera.

Un mattino, quando Carlotta stava uscendo, sentì di nuovo il solito coro: “Carlotta, Carlotta, la capretta con la macchiotta”.

Carlottaa corse disperata da Bacucco. “Ti prego, ti prego Bacucco, aiutami, aiutami, aiutami”.

Bacucco stette zitto per almento quattro lunghissimi minuti.
Alla fine, disse: “Basta, non si può andare avanti così. Ora ti spiego cosa fare per risolvere una volta per tutte il problema”.

Ma, ormai è troppo tardi, e questo ve lo racconterò un’altra volta...

 

Favola: “La Grande Quercia amica di tutti”

C’era una volta un bambino infelice, talmente infelice da contagiare chiunque gli stesse vicino anche solo per un minuto.

La gente si passò parola e ogni volta che lui compariva, tutti se la filavano a gambe.
Il bambino infelice, era sempre più solo e diventava più triste ogni giorno che passava.

La mamma, che gli voleva bene anche se la rendeva infelice, decise un giorno di portarlo a far vedere dalla Grande Quercia.
La Grande Quercia era famosa in paese, perché sapeva risolvere i problemi di tutti e la mamma del bambino infelice aveva chiesto come si poteva arrivare al parco incantato, dove la Quercia viveva.

Partirono insieme, mamma e bimbo infelice, alla volta del parco incantato che si poteva raggiungere soltanto a piedi.

Cammina e cammina per tre giorni e tre notti finché, un mattino di sole, raggiunsero il Parco incantato.
Era un luogo magnifico, pieno di colori e di spazi aperti con farfalle e animali liberi.

La Quercia giaceva ai bordi di un meraviglioso ruscello dall’acqua limpida e cristallina.
La mamma accompagnò il bimbo infelice ai piedi della Grande Quercia e lo lasciò solo.

Il bimbo si sedette ai bordi della grande pianta e rimase lì a guardare l’acqua.
Percepiva il calore della pianta che lo avvolgeva e gli faceva provare un senso di rassicurante protezione.

Sentì ad un tratto una voce che gli chiese di chiudere gli occhi e di respirare.
La voce gli suggerì di pensare alle sue paure: il bimbo rabbrividì, ma subito dopo ritrovò quel calore che arrivava dal tronco della Grande Quercia.

La voce proseguí dicendo di immaginare di trasformare ogni sua paura, in un sassolino.
Il bimbo pian piano si trovò con una manciata di sassolini tra le mani.

La voce gli suggerì di lanciare nel ruscello i sassolini pieni di tutta le sue paure.
Uno ad uno, il bambino lanciò i sassi nel ruscello e la corrente li portò via.

Alla fine si alzò e ritornò dalla mamma che lo stava aspettando.
La guardò e le sorrise. La mamma vide una nuova luce negli occhi del bambino: la tristezza era scomparsa.

Il bambino si sentiva leggero, si sentiva finalmente sereno e felice.
Tutte le sue paure, se ne erano andate rotolando nell’acqua con i sassolini.

La Grande Quercia